in Economia

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Il Fondo Monetario Internazionale (F.M.I. in italiano e I.M.F. in inglese) è un’organizzazione nata nel 1946 e composta dai governi di 186 Paesi.

Insieme al Gruppo della Banca Mondiale fa parte delle organizzazioni internazionali dette di Bretton Woods, dalla sede della Conferenza che ne sancì la creazione.

I suoi obiettivi sono (o dovrebbero essere):

Promuovere la cooperazione monetaria internazionale;

– Facilitare l’espansione del commercio internazionale;

– Promuovere la stabilità e l’ordine dei rapporti di cambio, evitando svalutazioni competitive;

– Dare fiducia agli Stati membri rendendo disponibili, con adeguate garanzie, le risorse del Fondo per affrontare difficoltà della bilancia dei pagamenti;

– In relazione con i fini di cui sopra, abbreviare la durata e ridurre la misura degli squilibri delle bilance dei pagamenti degli Stati membri.

In realtà non è stata in grado di prevedere la bufera sui debiti sovrani mentre elargisce prestiti miliardari a condizioni talmente restrittive da svuotare la sovranità dei paesi che ne beneficiano. Il fondo dovrebbe incoraggiare la cooperazione monetaria globale, garantire la stabilità finanziaria e facilitare gli scambi internazionali quando invece fa il gioco dei paesi più sviluppati a scapito di quelli più poveri.

Parte essenziale di una riforma del Fondo sarebbe una ridefinizione del peso dei suoi azionisti. Oggi, infatti, i soli Stati Uniti detengono un forte potere di veto sulle sue scelte, dato che detengono il 17,7 per cento dei voti all’interno del Board dei Governatori, la sua più alta autorità decisionale.

La Cina, pur detenendo il 45 per cento del debito estero americano, è al 4 per cento. Economie in forte sviluppo come il Brasile e l’India non superano, rispettivamente, l’1,7 e il 2,4 per cento. Quanto all’Europa, il peso è distribuito ai singoli Paesi. Con la conseguenza che, qualora emergano dissensi, la sua voce conta meno di quanto potrebbe se vi fosse un rappresentante unico.

Il Fondo Monetario Internazionale è fortemente criticato non solo da movimenti no-global ma anche da alcuni illustri economisti, come il Premio Nobel Joseph Stiglitz, poichè impone a tutti i paesi una “ricetta” standardizzata, basata su una teoria economica semplicistica, che molto spesso ha aggravato le difficoltà economiche anziché alleviarle.

Lo stesso Stiglitz porta ad esempio i paesi ex-comunisti. I paesi che hanno seguito il F.M.I. hanno visto una privatizzazione rapida, che in assenza delle istituzioni necessarie ha danneggiato i cittadini e rimpinguato le tasche di politici corrotti e uomini d’affari disonesti. Mentre nei paesi, come la Polonia e la Cina, che non hanno seguito le indicazioni del FMI, si sono visti i risultati migliori di transizione.

Le critiche nei confronti del F.M.I hanno trovato un ulteriore argomento quando nel 2001 l’Argentina (Paese che i tecnici del Fondo consideravano “l’allievo modello”) è andata incontro a una terribile crisi economica.

Occore quindi una seria riforma del F.M.I., sia a livello di governance che di filosofia economica, oppure tanto vale dire addio a questo progetto buono nelle intenzioni ma fallimentare nelle sua applicazione.

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