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L’Italia consuma tonnellate e tonnellate di gas naturale (metano) al giorno. A parte le auto a gas, lo utilizziamo per scaldare le case e per cucinare ma, soprattutto, lo utilizziamo per produrre energia elettrica.
Ma l’Italia produce pochissimo metano, la maggior parte di quello che consumiamo lo importiamo dall’estero soprattutto da Russia, Algeria, Olanda e Libia. E’ possibile liquefare il gas portandolo a temperature molto basse, caricarlo su grandi navi e trasportarlo in qualsiasi parte del mondo. Tuttavia, prima di poterlo riutilizzare, una volta scaricato questo gas liquefatto deve essere riportato allo stato gassoso, ovvero “rigassificato”. Lo strumento che esegue questa operazione si chiama appunto “rigassificatore”
Solitamente il gas viene trasformato in liquido, mediante un forte abbassamento della temperatura, per poter essere trasportato in cisterne o navi cisterna e ritrasformato nello stato aeriforme per poter essere immesso nelle condutture della rete di distribuzione. Questa soluzione viene adottata quando il luogo di produzione del gas naturale è lontano dal luogo di utilizzo, e non vi è un collegamento mediante gasdotti.


Il trasporto in forma liquida è conveniente rispetto al trasporto in forma gassosa grazie alla densità molto superiore, che richiede volumi di trasporto molto inferiori. Raggiunto il Rigassificatore il metano viene immagazzinato in un contenitore criogenico, e riportato in forma gassosa e immesso nella rete quando ve n’è il bisogno.
L’Italia attualmente ha un rigassificatore in funzione (Rigassificatore di Panigaglia) e dieci progetti approvati o in corso di valutazione:
• Rovigo – Adriatic LNG (8 Gmc/anno), azionisti: 45% ExxonMobil, 45% Qatar Petroleum, 10% Edison
• Brindisi – Brindisi LNG (8 Gmc/anno), azionisti: British Gas
• Livorno – OLT Offshore LNG Toscana (4 Gmc/anno), azionisti: 25,5% Endesa, 25,5% IRIDE, 29% OLT Energy Toscana-gruppo Belleli, 20% Golar Offshore Toscana Ltd
• Rosignano (LI) (8 Gmc/anno), azionisti: 70% Edison, 30% British Petroleum
• Grado (GO) (8 Gmc/anno), azionista: Endesa
• Zaule (TS) (8 Gmc/anno), azionista: Gas Natural
• Taranto (8 Gmc/anno), azionista: Gas Natural
• Gioia Tauro (RC) (12 Gmc/anno), azionista: CrossGas (60% gruppo Belleli, 40% Italpetroli)
• Porto Empedocle (AG) (8 Gmc/anno), azionista: Nuove Energie (90% Enel)
• Priolo Gargallo (SR) (8 Gmc/anno), azionisti: 50% Erg, 50% Shell

C’è chi dice che dei rigassificatori non possiamo farne a meno se non vogliamo rimanere al freddo, e non ha senso impedirne la costruzione se non vengono violate le più banali e ferree regole di sicurezza. Devono ovviamente essere realizzati in luoghi adatti ed idonei, distanti dai centri abitati e con impatto ambientale accettabile. Sarebbe meglio costruirli “off-shore” (ovvero in mare), ma se i costi di tale scelta dovessero risultare proibitivi c’è il rischio che non se ne costruisca nessuno per i costi per l’appunto elevati, e questo sarebbe inaccettabile.
C’è chi dice che l’esplosione di metano avrebbe un effetto paragonabile ad una bomba atomica.
Se si sommano le potenzialità dei rigassificatori approvati e da approvare con quelle dei gasdotti potenziati si arriva, attorno al 2010, a un totale di 145,5 mld di metri cubi a cui bisogna aggiungere quelli che arriveranno dalla Turchia via gasdotto dalla Grecia.
Nel 2010 si prevede un consumo italiano pari a 90 mld di metri cubi.
Anche ipotizzando che solo la metà dei nuovi rigassificatori siano realizzati è evidente che siamo di fronte ad una sovraccapacità che svela il vero nocciolo della questione energetica italiana: vogliono fare dell’Italia lo snodo energetico dell’Europa centro-occidentale. Il gas arriverebbe in Italia, via gasdotto e via nave, per essere poi rivenduto ai paesi mediterranei e centro europei. Qui sta il business attorno al quale si svolge la guerra del gas che, pertanto, esula le questioni locali, come hanno perfettamente capito molte popolazioni che non vogliono sacrificare il loro ambiente e la loro sicurezza sull’altare del profitto delle multinazionali energetiche.
Il progetto del rigassificatore di Brindisi è condiviso da quasi tutti i partiti. Ma contro il rigassificatore ci sono tutti gli enti locali: il comune di Brindisi che è amministrato dal centrodestra, la provincia e la regione che invece sono amministrate dal centrosinistra.
Per quanto riguarda la regione Puglia è stato individuato un altro sito di rigassificatozione a Taranto.
In sintesi sono tutti favorevoli ma nessuno li vuole sotto casa. Il problema in questo caso non è l’inquinamento ma il fatto che sono degli impianti ad alto rischio d’incidente rilevante. Studi autorevoli prescrivono la costruzioni dei terminali lontano da città e da altre industrie soggette a tale decreto, in quanto l’effetto domino che si verrebbe a creare a seguito d’incidente avrebbe effetti catastrofici per la popolazioni vicini a detti impianti.

Radio Rebelde


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