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Si chiama “olaparib”, la terapia per il tumore ovarico che agisce contro la mutazione del gene BRCA, ribattezzata “mutazione Jolie” perché lo scorso anno ha portato l’attrice americana Angelina Jolie alla decisione di farsi asportare le ovaie per prevenire la formazione del tumore.
A distanza di due anni, nel 2013 e nel 2015, Jolie s’è fatta prima asportare entrambi i seni e poi entrambe le ovaie. Due interventi necessari per ridurre il rischio di ammalarsi di cancro, dopo aver scoperto di essere portatrice di una mutazione del gene Brca 1: la stessa che aveva fatto ammalare prima e decedere poi a causa di tumore ovarico la nonna, la mamma e la zia.

La mutazione BRCA può fare aumentare la probabilità di sviluppare un tumore ovarico fino al 46%, rispetto all’1,8% della popolazione generale.
La nuova terapia ha dimostrato di aumentare significativamente la sopravvivenza media delle pazienti fino a oltre 11 mesi, riducendo inoltre il rischio di progressione di malattia o di decesso di oltre l’80%. Ogni anno, nel mondo, il tumore ovarico colpisce circa 250 mila donne, quasi 5 mila solo in Italia.
Dall’indagine è emerso che, nonostante le raccomandazioni delle linee guida delle società scientifiche, solo a sei pazienti su dieci con tumore all’ovaio viene proposto di fare il test.

La rilevanza del test è duplice: tanto per una diagnosi precoce quanto per la definizione di una strategia terapeutica appropriata. Il test che individua la mutazione di uno o di entrambi i geni Brca (1 e 2) può salvare la vita di tante donne.

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