in Animazione

Non essere egoista, condividi: Share on Facebook2Tweet about this on TwitterShare on Google+1Email this to someone

Dal creatore della serie-culto Community, Dan Harmon e dalle matite di Justin Roiland arriva una delle serie animate più scorrette, sporche e geniali di sempre: Rick and Morty.

La serie è un grande what-if su cosa succederebbe se Doc Brown di Ritorno al Futuro fosse un genio cinico e ubriacone e Marty McFly un ragazzo solitario e introverso che non può fare a meno di finire coinvolto nelle terrificanti avventure del primo.

Così nel 2013 nascono Rick e Morty, in cui il geniale e squinternato scienziato Rick Sanchez, canuti capelli pettinati a mortaretti e camice bianco, e il giovane nipote teenager Morty, vivono pazze avventura a spasso per il tempo e lo spazio, in un continuo vortice di riferimenti pop, cammei e situazioni al limite del politicamente corretto. A partire dall’imbarazzante rapporto tra Rick e Morty, un meta-riferimento all’altrettanto curioso rapporto tra l’attempato Doc e Marty.

Negli episodi, dallo stile grafico semplice e diretto, gli omonimi protagonisti vivono mirabolanti storie al limite della realtà insieme ai co-protagonisti, Beth, Jerry e Summer, rispettivamente la figlia, il genero e la nipote di Rick (nonché madre, padre e sorella di Morty). Giusto per dare un’idea, nel pilota della serie, Rick e Morty devono scappare da una dogana inter-dimensionale, schivando viaggiatori da altre dimensioni e impiegati-insetti dal grilletto (si scusi il gioco di parole) facile.

La serie è un figlio legittimo del genio creativo di Dan Harmon, le cui inventività visiva e amore per i riferimento pop e le situazioni meta-referenziali si ritrovano in molti episodi della serie. Se in Community i limiti erano dettati da budget e produttori, passando alla serie animata, Harmon ha potuto dare libero sfogo alla propria immaginazione — fortunatamente “levigata” da 20 anni di (in)successi nello show business.

La comicità della serie è di quelle nere, dove nudità, macabro e taboo sono i temi principali degli episodi, sdammatizzati all’inverosimile ma che, in conclusione, spesso lasciano quel sano amaro in bocca che fa riflettere, oltre le (molte) risate. Anche se il formato è quello del “cambiare tutto per non cambiare nulla” delle serie animate, i personaggi della serie rimangono spesso segnati dalle storie vissute, le cui conseguenze e i relativi fantasmi spesso ritornano in superficie negli episodi successivi.

La serie, alla terza stagione — la cui programmazione è iniziata in questi giorni ed è presente, in italiano, su Netflix — ha ricevuto esaltanti critiche da pubblico e critica, con una crescente comunità di fan radunata al grido di “Wubba Lubba Dub Dub!”.

Rispondi