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C’erano gli anni ’80 e il colorito tripudio di lottatori che di lì a poco sarebbe esploso nella wrestlemania (l’ossessione, non l’evento WWE).

Per tutti coloro che finora hanno vissuto sotto un sasso, s’agevoli il momento AlbertoAngelesco: *sottofondo: Aria sulla Quarta Corda — Bach* il Wrestling non è altro che l’ultima incarnazione di quella forma d’intrattenimento dalle antichissime origini in cui l’esibizione atletica e la lotta si fondono con l’interpretazione teatrale. Nel match, il vincitore è colui che per primo sottomette l’avversario. Benché le mosse utilizzate siano attutite al fine di garantire l’intrattenimento, sono comunque dolorose e ad alto rischio, se non eseguite correttamente. *Click: fine musica*

Bon, fine documentario. Che c’entra questo GLOW con il Wrestling? Indizio: è l’acronimo di Gorgeous Ladies of Wrestling. Ed è questo il tema dell’ultima serie Netflix, con protagonista la sempre apprezzata Alison Brie (Mad Men, Community).

Ambientata in una calda Los Angeles del 1985 (chi ha detto Stranger Things?), le 10 velocissime puntate della prima stagione trasudano lacca per capelli, spandex e eroina. Come lo sport su cui è incentrato, anche GLOW non perderà tempo per prendersi sul serio, e, al contrario, armato di leggerezza e buon gusto — cioè di abbastanza cattivo gusto da fare il giro — racconterà di emancipazione, razzismo e sessismo ai tempi del Walkman.

Protagonista della serie, Ruth (Brie), attrice in cerca d’autore che nell’ambiente cinematografico del tempo non riesce a trovare un ingaggio decente. Grazie a un colpo del destino, Ruth, convinta di recarsi ad un provino per un film, scopre di essere finita, insieme ad altre 50 donne, al casting di quello che di lì a poco sarebbe diventato uno dei più famosi show di Wrestling femminile. Una leggenda in divenire che la serie costruisce, ammiccando allo spettatore con cammei (veri o presunti) di lottatori famosi e un carosello di stereotipi (femminili) che i produttori (di GLOW) usano per dare un nome da ring alle ragazze, così la coreana del gruppo diventa Fortune Cookie, la nera Welfare Queen, la sudamericana Machu Picchu e l’indiana Beirut, l’araba bombarola.

Scrivevo prima del buon gusto della serie, i citati stereotipi ne sono un esempio, figli del periodo storico, ma che fanno “il giro” e sono capaci di diventare critica per tutto l’establishment e la società del tempo. A completare il quadro, il malcapitato regista della produzione, Sam Sylvia, una versione bastarda del sorridente™ Stan Lee (del tempo) che tra droghe e irraggiungibili sogni, da una parte seminerà il caos nelle vite delle future wrestler ma dall’altra saprà spiattellare in faccia allo spettatore le ipocrisie di un decennio la cui eredità è tutt’ora parte del nostro presente.

La ciliegina, sulla torta della serie, ce la mette un fattore nostalgia sfruttato bene, adottando una colonna sonora tutto synth e pezzoni storici come The Warrior di Patty Smyth, Separate Ways dei Journey e Rock You Like A Hurricane degli Scorpions, ai quali fanno eco i neon, gli scaldamuscoli e gli immancabili leotard. Uscita da pochissimo su ReteFlix, la serie ha raccolto una pioggia di consensi, facendo ben sperare per la produzione di una seconda stagione.

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